Lunedì 25 aprile Via Gioia
Scendo dal Frecciabianca e accendo una Camel. Come sempre, in Stazione Centrale a Milano i viaggiatori camminano veloci, sfiorandosi: un signore distinto, concentrato nel suo sprint contro il tempo, quasi travolge una bambina. Le lancia una rapida occhiata, giusto per assicurarsi di non averla calpestata, poi continua la corsa.
Aspiro una boccata di fumo. Mi sento particolarmente contenta, e non ne so la ragione. Forse perché, pur essendo le undici di sera, l’aria è ancora calda, in questo anticipo di estate. Forse perché ho già perso il senso di nostalgia che mi prende regolarmente quando lascio Montebello. Forse perché si avvicina la prima notte nel mio nuovo appartamento.
Ormai la folla delle persone scese dal treno è defluita: getto la sigaretta, fumata solo a metà, e riprendo a camminare. Le rotelline del trolley fanno un rumore ritmico (frrrrrrrr) sul selciato della stazione. Sopra l’orologio troneggia, enorme, un cartellone pubblicitario di Dolce & Gabbana: un modello dai capelli corvini guarda, con fare riflessivo, una donna bellissima e altera. FORGET – FORGIVE, suggerisce la scritta.
Prendo il cellulare dalla borsa e seleziono il numero di casa. Dopo un paio di squilli risponde la mia mammina.
“Ciao” la saluto.
“Ciao Sara. Dove sei?” mi chiede, con la sua dolce e monotona cantilena veneta.
“A Milano. Il treno è appena arrivato.”
“Adesso prendi la metropolitana?”
“No. Il nuovo appartamento è qui accanto.” Gliel’ho spiegato tre volte questo fine settimana. “A piedi arrivo in dieci minuti: ci metto meno che con la metro, o facendo la fila per il taxi.”
“Beh, stai attenta, con tutti quegli extracomunitari che ci sono in giro.”
“Non preoccuparti: se provano a violentarmi, li violenterò io per prima” la tranquillizzo, facendo lo slalom tra un gruppo di persone ferme lungo il binario. “Adesso ti lascio, perché si sta scaricando il telefono. Bacio bacio. Ti chiamo domani.”
Esco dalla Stazione Centrale, e mi avvio lungo via Tonale. All’altezza della Farmacia Dr. Ribaldone incrocio via Gioia, e giro a destra. Dopo pochi minuti arrivo al numero 88, entro nel palazzo e salgo al quarto piano. La porta dell’appartamento scricchiola, quando la apro. La luce del corridoio è accesa. Valeria mi viene incontro, sorridente. Ha raccolto i capelli, e indossa una T shirt bianca con un diavoletto rosso e un angioletto azzurro.
“Ciao. Hai fatto buon viaggio?” chiede, aiutandomi a chiudere la porta.
“Sì. Una volta tanto il treno non era in ritardo” rispondo. Vado a posare la valigia nella mia stanza. Noto ancora, sopra il letto, la fotografia in bianco e nero, incorniciata, di un uomo nudo, muscoloso, il viso nascosto nell’ombra.
Raggiungo in soggiorno Valeria, che legge Vanity Fair con aria assorta, fumando una sigaretta. “Tutto a posto?” mi chiede, esalando una nuvoletta di fumo.
“Tutto a posto” confermo. Mi accendo anch’io una Camel. “Non so se te l’avevo detto, ma mi piace un sacco la foto appesa in camera mia.”
“Quella del culturista pensieroso?” ride Valeria. “Flavia, la mia precedente compagna di appartamento, l’ha comprata a Santorini l’anno scorso. Quando se n’è andata l’ha lasciata qui.”
Fumiamo in silenzio. Lei giocherella con i suoi capelli neri. ALWAYS ME, dice la sua maglietta.
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