Durante il viaggio il capo ed io chiacchieriamo fino a Bologna, poi lui si addormenta. Avrei voglia di leggere Vanity Fair, ma non mi sembra professionale e quindi, con un leggero senso di nausea, mi metto a sfogliare una rivista giuridica.
Nel nostro scompartimento c’è una coppia di sessantenni dall’aria di ex hippies: lui ha i lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia, lei indossa un numero impressionante di collane. Sorridono felici. Mi offrono una caramella, mi chiedono: “Dove vai di bello?”
“A Firenze” rispondo.
“Per lavoro?”
Do un’occhiata a De Biasi addormentato. “Sì, solo per lavoro, purtroppo.”
“Noi invece andiamo a Roma. Siamo contenti, perché è il primo viaggio che facciamo da tanto tempo.”
“Purtroppo,” spiega il suo compagno, “avere un animale è bello, ma anche impegnativo: non ci siamo potuti allontanati da casa fino a quando Martin non è cresciuto.”
“Il vostro cane?” chiedo.
“No, il nostro pitone. Lo adoriamo, è come un bambino per noi.”
Io faccio un sorriso di circostanza e riprendo a leggere la mia rivista. Ogni tanto guardo De Biasi immerso nel mondo dei sogni. Mi domando dove ha conosciuto sua moglie, se ci va d’accordo, se fanno ancora l’amore ogni tanto.
La sera telefono al Leo e gli racconto l’incontro in treno. “Ci sono persone a cui piacciono le bestiacce” osserva lui, poco impressionato. “Una mia amica sta con un tizio conosciuto come «l’Uomo Ragno»: quando sono andati a vivere insieme, ha preteso di avere una stanza per le sue tarantole.”
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