mercoledì 24 aprile 2013
Giovedì 28 aprile Aperitivo al Bobo 32
Il tempo trascorre lento come un film di Bergman. Il Becca, che ha la stanza accanto alla mia, mi tratta con finta gentilezza. Sua moglie, la «Signora», mi guarda in cagnesco, mordendosi le labbra. Nel pomeriggio mi chiede di mostrarle le pratiche. Si mette a sfogliarle, naturalmente senza capirci nulla, comincia a brontolare. Le domando, con calma: “C’è qualche problema?” Mugugna qualcosa e si zittisce.
Il pomeriggio, appena il capo se ne va dall’ufficio, concedendomi finalmente un po’ di privacy, chiamo il mio amico Giulio Anghelopolis.
“Domani ti va di venire a cena?” gli propongo.
“Certamente. Cucina Valeria?” si informa lui.
“No, tendenzialmente vorrei farlo io.”
Giulio esita un attimo, poi bela: “Beh, vengo volentieri… lo stesso.”
“Sei spiritoso oggi” pronuncio, lentamente.
“Rido per non piangere. Sai che vogliono rimandarmi per altre due settimane nel nostro stabilimento in Cina?”
“Ma sei tornato da appena un mese!” esclamo.
“Lo so meglio di te!” si stizzisce Giulio. “Evidentemente il mio capo, il Nano Maledetto, si è convinto che per me non sia un problema fare il pendolare tra Milano e Shanghai.”
“Ti conviene berci sopra. Ci vediamo per l’aperitivo?”
“Ottima idea!” esclama Giulio, sempre entusiasta in questi casi.
“Dove ci troviamo?”
“Potremmo andare al Bobo 32. È vicino a casa tua e anche per noi della Pirelli è comodo.”
“Il Bobo 32? Ne ho sentito parlare, ma non ci sono mai stata.”
“Io invece ci vado spesso” racconta Giulio. “L’ambiente è abbastanza formale, il che in certe occasioni può andare bene. I prezzi erano alti (dodici euro per l’happy hour) ma ultimamente sono calati. In compenso si sta abbassando anche la qualità del buffet: bisogna verificare se si tratta di una crisi momentanea o irreversibile. Per quanto riguarda il servizio, molti si lamentano perché i buttafuori ti squadrano e magari ti rimbalzano. Personalmente, non ho mai avuto problemi di questo tipo.”
Arrivo al Bobo poco prima delle otto. Visto che fa caldo, ci sono già i tavoli all’aperto e la gente è tutta fuori. I frequentatori del locale sono del genere neo yuppie, con un’alta percentuale di ragazzi in giacca e cravatta e di ragazze in tailleur. Giulio è già lì, con la nostra amica Paola, pure lei chimica alla Pirelli, ed una certa Elisa, una specie di Maria De Filippi in versione tracagnotta. Dopo cinque minuti, si presenta il Leo, sfoggiando una collana blu con un dente di pescecane. “Sobria ed elegante” mi congratulo baciandolo. “La classe non è acqua.”
Paola spiega: “Incrociai Sara sui Navigli. Rimanemmo lì a guardarci per un attimo, e dopo un po’ ci ricordammo l'una dell'altra: eravamo a Barcellona nello stesso periodo.”
“Che cosa ci facevate lì?” domanda Elisa.
“Io stavo scrivendo la tesi. Sara partecipava ad un programma di ricerca post-universitaria, come il Leo.”
Tutti si voltano verso il Leo che conferma con un grazioso cenno del capo.
Ci avviamo verso il buffet, che è desolante: distribuiti lungo enormi tavoloni coperti da tovaglie bianche, troviamo cubetti di parmigiano, delle tartine (poche) con un affettato misterioso, pane vecchio, pezzi di mela.
Paola chiede a Giulio notizie del suo viaggio in Cina: “Sei riuscito anche a divertirti un po’?”
“Tu ti divertiresti a vivere un mese in uno stabilimento in mezzo alla campagna cinese?” risponde lui, inviperito. “È stato un inferno. Tra l’altro appena arrivato mi sono beccato una micidiale dissenteria.” Il Leo mi guarda e accenna ad un sorriso.
“Non riuscivi a fare qualcosa neppure il fine settimana?” insiste Paola. “Lo stabilimento della Pirelli è vicino a Shanghai.”
“Vicino mica tanto!” esclama Giulio, caricandosi mano a mano che parla. “Stava a sei ore di auto. E per arrivarci bisognava fare una specie di rally su sterrati pieni di pozze e di maiali.”
“Buoni, i maiali!” commenta il Leo, con cupidigia. Poi torna a rosicchiare tristemente la sua tartina alla maionese.
“Come eri alloggiato? Dormivi in albergo?” chiedo io.
“Ti pare che in un posto del genere ci siano alberghi?” ribatte Giulio. “Mi avevano sistemato nella foresteria. Passavo la notte in fabbrica, proprio come un cinese.”
“Come se non bastasse” sorride Paola “i bambini del villaggio continuavano a salutarlo e lui ha dovuto sgridarli.”
“Hai sgridato i bambini perché ti salutavano? Sei peggio di Erode!” lo rimprovera il Leo.
Giulio, dopo aver dato una rapida occhiata ad Elisa, si affretta a chiarire: “In quella regione non avevano visto molti occidentali prima di me. Così ero al centro dell’attenzione: mi gridavano «hello», agitando le mani. All’inizio rispondevo, poi mi sono rotto: mi sembrava di essere il Papa, sempre a benedire la folla. Senza contare che, come vi ho detto, ero ammalato, e quindi avevo altro a cui pensare.”
“Quei monelli volevano fare conversazione con te mentre eri in preda alle convulsioni della dissenteria!” infierisce il Leo. “Povero Giulio!”
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