Fa caldo - ormai abbiamo
superato i trenta gradi - e l’aria condizionata è ancora fuori uso. Mi devo
dedicare anima e corpo, saltando anche il pranzo, ad una questione di cui non
so nulla, per conto di Marozzi. La sera, mentre gli espongo il risultato del
mio studio, lui mi ascolta con attenzione, aggiustandosi gli attributi con fare
meditativo e grugnendo ogni tanto.
Fuori dall’ufficio la tensione
comincia piano piano a calare e mi sento esausta. Visto che è ancora chiaro,
decido di andare a casa a piedi per prendere un po’ d’aria. Lungo la strada
incrocio un arabo con la scritta CIA Central Intelligence Service sulla
canottiera e una Madonna tatuata sulla spalla.
A casa trovo Valeria in camera
sua, distesa sul letto, che legge una rivista. Indossa i pantaloni della sua
tuta Adidas e una maglietta bianca.
“Che stai leggendo?” le chiedo.
“Vanity Fair. C’è un
servizio sulla donna del Duemila e il sesso.”
“Originale, come argomento!”
esclamo, un po’ acida. “Che dicono di bello?”
“Donne sempre più
intraprendenti e sicure di sè. Maschi sempre più spaventati” riassume Valeria.
Poi mi chiede “Come stai? Mi sembri un po’ stanca.”
Sospiro, passandomi una mano
sulla fronte. “Sono stressata: il weekend con Marco non è andato benissimo. E
in Giordano siamo ancora senza aria condizionata: ho dovuto lavorare con
un ventilatorino portatile piazzato a un metro dal viso.”
Valeria chiude la rivista. “Forse
è meglio che tu esca un po’ per distrarti. Stasera raggiungo Bruno e i suoi
amici all’Art Factory. Vieni anche tu, dai!”
“Grazie, ma preferisco
riposarmi, così domani sarò intraprendente e sicura di me, come vuole Vanity
Fair” rispondo, sorridendo stancamente.
Preparo un’insalata: lavo
lentamente le foglie, taglio i pomodorini. Mi rilasso, poi però mi vengono in
mente le scarpe di Arianna e mi assale un senso di panico.
Valeria si avvicina al lavello
per prendere un bicchiere d’acqua. È pronta per uscire: gonna di pelle nera,
body nero e camicetta bianca.
“Stai proprio bene!” mi
complimento.
“Grazie. Speriamo solo che
Bruno non si illuda che voglia sedurlo: basta poco per incoraggiarlo.”
Dopo che Valeria è uscita, quasi
mi pento di essere rimasta a casa. Sempre più inquieta, prendo un libro di
Wodehouse e mi metto a letto, togliendomi la maglietta perché fa un caldo
impossibile. Ma non riesco a dormire: penso a Marco. Accendo la luce,
rassegnata, e riprendo a leggere. Via sms, Guglielmo di Ciclhobby mi
propone, di accompagnarlo ad un incontro su Il linguaggio di Freud al Goethe-Institut.
Verso mezzanotte sento Valeria
che ritorna. Dopo pochi secondi bussa leggermente alla porta della mia camera. “Entra”
la invito.
La sua testa riccioluta appare
alla porta. “Ti disturbo? Ho visto la luce accesa e volevo vedere se stavi
meglio.”
“Non riesco a dormire. Fisso il
vuoto e ho pensieri cupi” mi lamento, posando il libro sul letto.
Lei, appoggiata allo stipite
della porta, mi ascolta con espressione comprensiva. “Ti va una bella tisana?”
mi chiede.
Grata, accenno ad alzarmi.
“No, non preoccuparti. Stai a
letto tranquilla.”
Indosso la maglietta e riprendo
a leggere. Dopo un quarto d’ora Valeria torna portando un vassoio con due tazze,
la zuccheriera e il limone. Lo posa sul comodino e si siede su un angolo del
letto. “Buona!” esclamo, dopo aver bevuto un sorso.
“Un giorno te ne faccio provare
una ancora migliore” promette Valeria, facendomi l’occhiolino. “L’ho presa ad
Amsterdam.”
“Non vedo l’ora” sorrido.
Quando abbiamo finito, mi
propone: “Qualche tempo fa ho seguito un corso di shiatsu. Vuoi che ti
faccia un massaggio?”
“Sarebbe fantastico!”
“Non sul letto però, è troppo
morbido e non ho abbastanza spazio” spiega Valeria, uscendo dalla stanza.
Ritorna con un materassino di gommapiuma verde e azzurro. Si è messa i
pantaloni della tuta e una maglietta.
Mi stendo
sul materassino. Valeria spegne la luce e la stanza resta in penombra: solo l’abat-jour
sul comodino proviene una luce fioca. “Tieni gli occhi chiusi!” mi esorta.
Si inginocchia vicino a me, e posa una mano sulla mia schiena. Mi trasmette il
ritmo del suo respiro. Comincia a fare pressione, cercando lo spazio tra ogni
vertebra. Quando ha finito, si alza ed esce silenziosamente dalla camera.
Rimango sdraiata con gli occhi chiusi per un paio di minuti, poi trovo la forza
di infilarmi nel letto. Appena appoggio la testa sul cuscino, mi addormento
immediatamente.
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