mercoledì 18 marzo 2015

Lunedì 29 agosto Amore, lacrime e camille

Giovanni, di ritorno dalle vacanze a Cuba, saluta freddamente Arianna e poi viene da me. Non mi racconta granché, e neppure io entro troppo nei particolari del mio viaggio in Sicilia. “Mi sembra che tutti e due preferiamo mantenere la privacy” ghigna Giovanni. Fa per andarsene, ma De Biasi, passando, lo vede ed entra per salutarlo. Mentre gli parla, lo sguardo del capo si rivolge spesso verso di me, e noto qualcosa di strano nelle sue pupille, qualcosa di diverso dall’euforia lavorativa che le anima di solito.

La sera, all’aperitivo, mi vedo con Paola, anche lei di ritorno dalle vacanze. Per rimanere in sintonia col suo viaggio in Africa ci diamo appuntamento a L’Antilope Verde, locale etnico gestito da Mohammed, un suo ex amante senegalese dal comportamento poco limpido. “Mica me l’aveva detto che era sposato con due figli” afferma Paola, che comunque non serba rancore.
La sala grande, la più bella del locale, è completamente deserta e quindi rimaniamo in quella piccola, vicino al bancone. Due ragazze parlano fitto, a bassa voce, sedute ad un tavolo vicino alla vetrata. “Beh? Come ti sei trovata con Avventure nel mondo?” chiedo, dopo che ci siamo servite al buffet, ricco come sempre.
“Eravamo un bel gruppo.”
“Sei andata d’accordo con tutti?”
“Sssì…” esita Paola.
“Sssì?” la imito, con aria interrogativa.
“All’inizio mi sembrava di stare antipatica ad un tizio. Poi però ho scoperto che era sordo da un orecchio: per questo non mi rispondeva quando lo salutavo.”
 “Il corpo umano, che macchina meravigliosa! Vedi che c’era una spiegazione? Mi sembrava strano che non ti trovasse adorabile. E per il resto? Hai rimorchiato qualche bel masai?”
Paola scuote la testa con espressione triste, sorseggiando il suo shirley temple. “Durante la prima parte del viaggio, dedicata al fotosafari nella savana, era impossibile avere un’avventura, perché dovevamo stare sempre nei pressi delle jeep. Senza contare che sarebbe stato imbarazzante allontanarsi a braccetto di un indigeno. Per andare dove poi? Boschi non ce n’erano.”
“Durante l’ultima settimana è andata meglio? Cosa avete fatto?”
“Abbiamo preso il sole a Lamu. Lì effettivamente c’erano molte opportunità di incontri, ma a pagamento. E voglio illudermi di essere ancora troppo giovane per pagare uno gigolo, sia pure superdotato.”
“Eh certo! Di negri ne puoi trovare a palate qui in Italia, e gratis. Non mi sembra il caso di aprire il portafoglio.”
“Grazie cara!” ride Paola. “In ogni caso, a parte la mancanza di uomini, questo viaggio in Africa è stata un’esperienza fantastica. Non vedo l’ora di tornarci. Sto già facendo progetti per l’anno prossimo.” I suoi occhi verdi si fanno sognanti.
“Sono contenta che ti sia piaciuto. Nessun problema con i leoni?”
“Non ci hanno fatto correre alcun rischio: sarebbe un duro colpo per il turismo keniota se dei turisti occidentali venissero sbranati. Solo una volta, durante la notte, un ippopotamo si è avvicinato troppo alla tenda e ci ha messo un po’ in apprensione.”
“Un ippopotamo?” mi stupisco. “Ma non saranno mica pericolosi!”
“Scherzi?” Paola spalanca gli occhi, allarmata. “L’ippopotamo è il peggiore di tutti. Sembra buono, con quel muso grosso e le zampette corte. Ti fa venire in mente la pubblicità dei Pampers. Invece è bastardo dentro: un solo esemplare può distruggere un accampamento. È forte, con delle zanne da spavento, e la sua intelligenza è votata al male, come quella del Leo. Per fortuna è difficile che ti colga di sorpresa, perché è incredibilmente puzzolente. Il suo odore si sente ancora prima che lo vediamo, o che lui veda noi.”
“Come quello di Orietta, la segretaria” mormoro.
Paola tace per un attimo, poi con tono diventato improvvisamente di circostanza abborda il soggetto «caldo»: “Tu come stai?”
“Sono stata meglio in altre occasioni, ma non mi lamento.”
“Sono contenta che per te la separazione non sia stata devastante” si stupisce Paola. “Quando è finita la mia storia con Simone, passavo le serate da sola a casa, a ritagliare girasoli per i miei lavori di decoupage, con gli occhi annebbiati dalle lacrime.”
Mangio un’oliva ascolana. “Beh, perlomeno hai perfezionato la tecnica.”
“Ne avrei fatto volentieri a meno, ti assicuro. La conseguenza peggiore, ad ogni modo, fu che ingrassai a dismisura: presi undici chili in due mesi. Mangiavo come se non ci fosse un domani. Una volta comprai tre confezioni di camille del Mulino Bianco. Cominciai a divorarle già al supermercato, sotto gli occhi spaventati della cassiera. Altre tre me le feci fuori per strada, e il resto a casa: in totale diciotto brioches.”
“Pensando a Simone, immagino.”
“Pensando a Simone… e guardando il caos che c’era nel mio appartamento. Avevo deciso di riarredare la casa, per dare un taglio col passato. Però non fu una grande idea: guardavo le mattonelle lasciate dai muratori, la polvere, i giornali per terra, il casino insomma, che sembrava rispecchiare la mia situazione.”
“Povera piccola!” la compatisco, mentre la cameriera senegalese ci passa accanto, con un gran movimento di fianchi e di seni.

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