Il Leo ed io, che amiamo il sushi, organizziamo una cena al Maru, un ristorante giappo-pop a Porta Romana. Abbiamo appuntamento con Giulio, che è di ritorno da New York, dove ha trascorso una vacanza di dieci giorni con alcuni amici. Tra questi Elisa, l’ingegnere biondo di Lodi. Tutti sospettiamo che ci sia qualcosa tra lei e Giulio, ma quest’ultimo non ammette nulla. Evita di rispondere anche alle scoperte allusioni del Leo, che sottolinea: “Sono stati in vacanza con una coppia, quindi anche loro sono una coppia. È un assioma: le coppie si frequentano tra loro. E ti dirò di più: sono sicuro che Giulio si sposerà con quell’energumena dal naso schiacciato.”
“Perché?” la difendo. “Forse è un po’ maschiaccio, ma la trovo carina.”
“Permettimi di dissentire radicalmente, anche se con garbo!” insiste il Leo. “Sarà anche simpatica, però carina no. Con quell’aria da bulldog, sembra una guardia di un carcere femminile. E ha le spalle larghe come il Cinelli, il muratore che ha sedotto mia nonna.”
“Secondo me per Giulio andrebbe bene” obietto, pur cosciente che non ha senso discutere con Leone quando ha deciso, per partito preso, di bersagliare qualcuno.
Visti i nostri sospetti, a cena Elisa è l’osservata speciale. È la sua prima volta dal giapponese e non sembra entusiasta dell’esperienza. Punzecchia il sushi con le bacchette: “Continuo a preferire la carne. Salsicce e bistecche per me valgono mille di questi affari viscidi: per quanto li si intinga nella soia, rimangono insapori.”
“Allora è un peccato che tu non fossi… che voi non ci foste al Don Juan l’altro giorno: quello era un posto per veri carnivori. Ma se vuoi… se volete… ci torniamo insieme” propone il Leo.
Elisa lo guarda interessata: “Ti risulta che cucinino anche il cinghiale?”
“Cinghiale?” chiede il Leo. Sceglie con cura un pezzo di sushi dal mio piatto e lo rapisce, lanciandomi uno sguardo di sfida.
“Sì, è una mia passione. Nata l’estate scorsa, in circostanze decisamente fuori dal comune.”
“Eri in compagnia di uno dei tuoi amichetti?” chiede Giulio.
“No, non si trattava di un’occasione romantica. Stavo ispezionando un cantiere in mezzo alle montagne, in provincia di Sondrio. Un posto in culo al mondo: intorno a me sembrava che ci fossero solo alberi e operai.”
“E invece?” domando io.
“E invece c’era anche selvaggina succulenta, che si aggirava ancora viva nelle boscaglie. Lo scoprii in maniera traumatica: mentre cazziavo il capo mastro, l’uomo più stupido dell’universo, dal cielo cadde qualcosa, che si schiantò a cinque metri da noi e per poco non ci ammazzava. Si trattava di un cinghiale!”
“Un cinghiale?” chiede il Leo, sconcertato. “Piovve un cinghiale dal cielo?”
“Sì, letteralmente. La povera bestia stava scappando, inseguita dai cacciatori. Trovandosi di fronte ad un dirupo, preferì gettarsi che consegnarsi ai nemici.”
“Eroico!” commento io.
“Sì, si comportò da perfetto samurai” concorda Elisa.
“E i cacciatori rimasero con il palmo di naso?”
“Ci raggiunsero e ci chiesero di consegnare loro la preda. Noi però rispettammo la sua memoria e rispondemmo che si era suicidata nel cantiere, e quindi era nostra.”
“Mi pare giusto. Alla fine ce la faceste, a tenervelo?”
“Su questo c’erano pochi dubbi! È difficile intimidire un gruppo di quindici operai calabresi in trasferta da settimane, senza donne. Se vogliono tenersi un cinghiale, se lo tengono.”
“Lo seppelliste tra le montagne, a lui tanto care?”
“Scherzi? Lo facemmo cucinare nel ristorante più vicino e ce lo mangiammo.” Elisa getta le bacchette, esasperata: “Devo farmi portare una forchetta, non ne posso più di questi maledetti pezzi di legno.”
Il Leo mi dà un calcetto sotto il tavolo, ammiccando spudoratamente.
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